Cosa crediamo

  • Il metodismo

Il metodismo, o movimento metodista fu fondato dal pastore anglicano John Wesley nel XVIII secolo. L’intenzione di Wesley era originariamente quella di creare un movimento di risveglio all’interno della Chiesa anglicana che portasse a una maggiore attenzione agli evidenti problemi sociali della Gran Bretagna all’epoca della rivoluzione industriale; solo in seguito il metodismo assunse i connotati di dottrina indipendente dalla matrice anglicana. Il movimento metodista si diffuse velocemente in Gran Bretagna e in Nord America; da segnalare Richard Allen, fondatore della Chiesa metodista episcopale africana. Un esempio di organizzazione metodista, ma indipendente dalle altre matrici protestanti ed evangeliche, è l’Esercito della Salvezza (EdS), che si dedica principalmente all’aiuto agli emarginati, senza tetto, alcolizzati, tossicodipendenti, prostitute. Attualmente la chiesa metodista è presente in quasi tutti i paesi e conta oltre settanta milioni di fedeli.
Una delle caratteristiche del Metodismo (e con l’unione anche del Valdismo italiano) è l’avere oltre ai pastori, uomini e donne, un rilevante numero di predicatori locali, che ricevono una accurata preparazione teologica che in seguito esercitano con la predicazione nelle comunità. Sebbene le donne non avessero inizialmente accesso al ministero pastorale, Wesley dimostrò la propria propensione in questo senso consentendo subito che le donne predicassero pubblicamente, atteggiamento decisamente progressista nella società del Settecento e presto anche nella chiese italiane le donne hanno cominciato a servire la Chiesa nei vari ministeri. Fra le opere sociali create e amministrate dalla comunità metodista si contano numerose scuole, ospedali e centri di accoglienza in moltissimi paesi del mondo.
La dottrina metodista può essere riassunta in alcuni insegnamenti di Wesley che derivano proprio dal suo impegno pratico verso i diseredati e gli emarginati dalla società: « La rivelazione dell’amore di Dio per l’uomo è una verità interiore che si palesa nell’esperienza della carità umana » Il significato di questo motto è che l’insegnamento incarnato nel Cristo – che Dio ha amato l’uomo indipendentemente da quello che egli è – deve essere letto come valore sociale e impegno di vita per tutti i fedeli, che sono tenuti a esprimere la loro fede attraverso l’azione sociale.
Distinguere l’opera missionaria e sociale di Wesley e del suo movimento dal suo pensiero teologico, dunque, non è possibile; le due cose sono esplicitamente dichiarate come interdipendenti. Secondo i metodisti Dio ha dato tutto (dottrina teologica) e tutti i fedeli devono dare (impegno sociale). Si pone un collegamento indissolubile tra la salvezza ricevuta da Dio come dono gratuito in Cristo e la salvezza, soprattutto materiale, offerta come dono riconoscente al fratello.

  • La comune fede cristiana e la specificità protestante

Tutti i cristiani — protestanti, cattolici, ortodossi — credono che il Dio creatore dell’universo si è fatto conoscere all’umanità per mezzo di Gesù Cristo, «morto per i nostri peccati e risuscitato per la nostra giustificazione»; al quale la Bibbia rende una testimonianza unica ed essenziale. Ritengono anche che il Cristo risorto ha raccolto una comunità di credenti (la chiesa), che gli rende testimonianza con la sua vita e ne annunzia l’opera in ogni generazione. Tutte le confessioni cristiane hanno in comune il Credo e il Padre nostro. Le differenze sono relative soprattutto al ruolo e all’autorità della chiesa e dei suoi ministri (o sacerdoti), all’importanza data ai sacramenti e a talune devozioni particolari, come il culto reso ai santi o a Maria, che i protestanti non accettano.

  • Il mondo protestante

Le chiese valdesi e metodiste sono chiese cristiane che fanno parte della grande famiglia protestante (o evangelica). Il protestantesimo vive e confessa la fede cristiana attenendosi all’essenziale, sotto il controllo costante della Bibbia e del suo messaggio. È nato nel Cinquecento come risposta a un forte appello, rivolto all’intera chiesa cristiana, a tornare alla purezza e alla coerenza evangelica, «riformandosi» ed eliminando abusi ed errori. Su questo invito a riformarsi, la chiesa del tempo si divise. Attorno a teologi come Lutero, Zwingli, Calvino e altri, molti si raccolsero per realizzare riforme locali, in attesa e nella speranza di un generale rinnovamento spirituale, sociale ed ecclesiastico. Nacquero così, soprattutto nell’Europa del centro e del nord, diverse chiese protestanti: luterane, riformate, anglicana, cui si aggiunsero più tardi battisti e metodisti. In altri paesi la Riforma protestante fu soppressa con la forza. La cristianità europea nel suo complesso rimase spaccata in due e la linea di separazione fra l’Europa cattolica e quella protestante fu spesso segnata da una frontiera di sangue. Fu solo in epoca recente che le chiese impararono a riconoscersi in una comune fede cristiana, anche se le divisioni permangono a tutt’oggi. I protestanti tengono a sottolineare con forza la loro dimensione insieme cristiana ed ecumenica e la loro specifica vocazione di chiesa che, aperta al dialogo e alla collaborazione con le altre chiese, mantiene fermo il suo riferimento biblico centrale e la sua struttura di chiesa senza mediazioni né gerarchie.

  • In Italia

La forte fioritura protestante (luterana, riformata, anabattista) della prima metà del Cinquecento non trovò altro sbocco che la scelta fra il rogo e l’emigrazione. La sola eccezione fu quella dei valdesi, che esistevano fin dalla fine dell’XI secolo come dissidenza cristiana di dimensione europea e che nel 1532 erano confluiti nella riforma svizzera (diventando una chiesa riformata in senso stretto). I valdesi sopravvissero a sanguinose persecuzioni e ad un tentativo di sterminio totale nel 1686. Nell’Ottocento, Valdesi e metodisti, insieme alle altre chiese evangeliche che nel frattempo erano sorte in Italia, dettero un contributo al Risorgimento e al rinnovamento spirituale e religioso del paese, creando una rete di comunità dalle Alpi alla Sicilia. Un forte nucleo di valdesi esiste in Uruguay e Argentina, che forma con i valdesi e metodisti italiani un’unica chiesa.

  • Valdesi e metodisti oggi

Valdesi e metodisti sono in Italia circa 30.000 con un centinaio di comunità e altrettanti pastori, di cui quasi il 20% sono donne. Hanno un’organizzazione democratica della chiesa e si impegnano come cittadini e cittadine per uno Stato laico che sia garante di un reale pluralismo delle fedi e delle culture. Sono caratterizzati da una forte motivazione etica e sociale e dallo sforzo di uniformare al dettato evangelico la loro vita personale e associata. Dal 1979 sono uniti nello stesso Sinodo; nel 1984 hanno stipulato una Intesa con lo Stato che ne garantisce la libertà di culto e di azione nei campi della assistenza, della solidarietà sociale, dell’educazione e della cultura. Dal 1993 il nome della «Chiesa Evangelica Valdese, Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi» è stato incluso fra gli Enti di culto che hanno accesso alla ripartizione dell’8 per mille dell’Irpef. Valdesi e Metodisti destinano la loro quota dell’8 per mille esclusivamente ad attività di assistenza e di promozione sociale e culturale; non alle normali attività di culto, di predicazione e di formazione, che sono autofinanziate. Sul piano culturale hanno a Roma una Facoltà di teologia, a Torino la Casa editrice Claudiana e Centri culturali nelle principali città. Oltre agli ospedali e a diversi istituti di accoglienza per anziani, bambini, ecc., le chiese valdesi e metodiste gestiscono centri sociali di forte impegno sul territorio come quelli de La Noce (Palermo), del Servizio Cristiano (Riesi-CL) e di Casa Materna (Portici-NA). Valdesi e metodisti fanno parte della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, che gestisce importanti attività comuni, come il Servizio istruzione ed educazione, il Servizio rifugiati e migranti, la rubrica televisiva di Raidue «Protestantesimo», il culto radio della domenica mattina su Radiouno e il servizio stampa «Nev».

  • I pilastri del protestantesimo

Questi sono, schematicamente, i principi fondamentali del protestantesimo.

La «salvezza per grazia mediante la fede»

Dio nella sua libertà si rivolge agli esseri umani e crea con loro un rapporto personale che non ha bisogno di mediazioni sacerdotali. Nel protestantesimo non esistono pertanto sacerdoti ordinati; la comunità dei credenti riconosce e valorizza al suo interno diversi carismi e ministeri (pastorato o ministero della parola, diaconato, insegnamento…).

• La Bibbia come unica fonte di autorità

Dio ha parlato per mezzo dei suoi profeti e in modo unico in Gesù Cristo. La Bibbia, Antico e Nuovo Testamento, contiene la rivelazione della parola di Dio. Essa è quindi il fondamento della fede e della vita cristiana. La natura e la ragione umana fanno parte della creazione di Dio e dalla sua parola ricevono luce e senso. • Un’etica fondata sulla responsabilità e la Libertà Gesù Cristo non ha insegnato una nuova legge che sostituisca l’antica, cioè nuove regole o precetti, ma ha chiamato e chiama uomini e Donne a una libertà che si esercita nella responsabilità: per sé e per il prossimo, per la società e per il creato.

• Una chiesa come assemblea di credenti

La chiesa è la società di coloro che in Cristo sono stati chiamati a una nuova vita. Essa è un’assemblea di eguali, nella quale l’evangelo viene annunciato e i sacramenti correttamente amministrati. Non ha una sua forma necessaria, o fissa, non ha gerarchie, ma si amministra da sola sul piano locale, regionale e mondiale, senza ingerenze del potere politico e senza esercitare da parte sua alcun potere.

  • I cinque “sola” di Lutero

  • Sola Scriptura

La fede, la teologia, la spiritualità e perfino l’organizzazione ecclesiastica protestante intendono basarsi soltanto sulla Scrittura. Questa frase ci distingue dal cattolicesimo che si basa non solo sulla Scrittura, ma anche sulla tradizione ecclesiastica. In anni recenti il ruolo della tradizione è stato ridimensionato, ma non cancellato. La mariologia cattolica, per esempio, si fonda in massima parte su tradizioni o leggende che non hanno nessuna base biblica. Dire «Sola Scriptura» non elimina i problemi. Per i valdesi medievali il centro della Scrittura era il Sermone sul Monte con le sue indicazioni di vita morale; per Lutero era la Lettera ai Romani: «Il giusto vivrà per fede». Per i Pentecostali hanno un posto importante hanno i capitoli delle epistole che parlano dei doni dello Spirito: guarigioni, parlare in lingue ecc.
Per altri, il centro è Daniele e l’apocalisse, ossia le profezie del futuro, non solo per fare dei conti più o meno strani sulla data della fine del mondo, ma soprattutto per essere incoraggiati dal pensiero che alla fine non ci sarà il nulla, bensì il Regno di Dio. Altri, ancora, concentrano la loro attenzione sui Salmi, specialmente quelli che contengono parole di lode e di riconoscenza al Signore.
Le chiese della Riforma, cioè le nostre chiese, sono comunità che sono state riformate e continuano a riformarsi secondo la Scrittura: la Scrittura, persa nella sua ricca, complessa, inseribile varietà e ricchezza, e non in uno solo dei suoi aspetti. La Scrittura letta e interpretata non in modo individualistico, ma nella comunità di uomini e di donne credenti, che si aiutano e stimolano reciprocamente a capirla e a viverla… Per esempio in quegli «studi biblici» talvolta trascurati, ma fondamentali e insostituibili per la vita e la fede degli evangelici.

  • Sola Fide

“Sola fide” vuol dire «soltanto per fede». In realtà questa è un’abbreviazione che, come tutte le abbreviazioni, rischia di creare qualche malinteso. La frase completa è questa: «Salvati per grazia mediante la fede».Chi ci salva, chi ci perdona, chi ci riconcilia con se stesso è Dio. Questa sua azione si chiama grazia. Fede vuol dire soltanto che siamo certi, siamo convinti che il perdono di Dio è autentico e totale, e come tale lo accettiamo. Occorre aggiungere che per molte persone la «fede» è spesso intesa come adesione intellettuale, come se volesse dire «tenere per vere certe proposizioni dogmatiche».Certo c’è anche questo elemento: se una persona ritiene che Dio non esista, non può certo fidarsi di lui; ma l’essenziale della fede è la fiducia, la convinzione profonda che Dio ci ama e che è fedele.
Lutero, morendo, diceva: «Siamo tutti mendicanti»; non vuol dire che siamo dei miserabili; vuol dire che l’essenziale, cioè la vita, la salvezza, la vita eterna, le possiamo soltanto ricevere. La fede non è uno sforzo, non è una specie di impegno o di lotta che sarà ricompensata, non è un pagamento anticipato o posticipato. Fede è accettare da Dio la sua grazia come un neonato accetta dalla mamma nutrimento e affetto. L’espressione tradizionale «salvezza per fede» rischia dunque di essere fuorviante, perché fa della fede una sorta di opera o esercizio. La frase polemica di certe persone è, sotto questa aspetto, molto illuminante: «Noi dobbiamo fare delle opere, ma per i protestanti basta credere». Come se per gli uni la grazia costasse molto e per gli altri costasse poco. Anche in questo caso si riduce la fede a una sorta di prestazione, magari minima.
Credere è ricevere. Fede è fiducia. Pochi lo capiscono davvero. «Dinanzi a Dio siamo tutti mendicanti, questa è la verità». Il dono della grazia di Dio è così grande e così meraviglioso che non solo ci perdona, ma ci chiama ad essere discepoli riconoscenti.

  • Sola Gratia

Parola estremamente semplice: siamo salvati per la sola grazia di Dio. Ma qui, naturalmente, cominciano le questioni. Grazia, perdono, cancellare i peccati (ricordate il Padre Nostro:«Rimettici i nostri debiti…») sono tutte espressioni equivalenti. Ma ci sono due modi di perdonare un debito. Il primo è dire:«Il tuo debito non esiste più, straccio la cambiale». Questo è il concetto protestante della grazia: Dio cancella il nostro peccato, Gesù lo ha preso su di sé, esso non esiste più. Molte persone non riescono a pensarlo e continuano a vivere come se dovessero «pagare» qualche cosa. Alcuni addirittura ci si angosciano psicologicamente. Non dobbiamo pagare proprio niente: siamo liberi, siamo perdonati, siamo «nuovi» al cento per cento. Così grande è l’amore di Dio in Cristo..
C’è un altro modo di vedere il perdono, più tradizionale nei cattolici. Certo, essi dicono, siamo tutti salvati per grazia, ma per loro la grazia consiste nel fatto che Dio, per sua bontà, ci mette in grado di contribuire a pagare il debito. La differenza è evidente: in un caso l’essere umano collabora alla propria salvezza, le sue «opere buone» sono necessarie (anche se non sufficienti) perché sia salvato. Nell’altro caso Dio gli perdona totalmente, senza riserve, per pura bontà. Siccome noi siamo molto spesso incapaci di perdonare davvero al nostro prossimo (pensate alla frase ambigua:«Ti perdono ma non posso dimenticare») così ci pare che Dio non possa perdonarci completamente senza una pur minima controparte da parte nostra. In tal modo rendiamo Dio simile a noi, il che significa sminuirlo assai.
Ma, dirà qualcuno, le «buone opere» la moralità, il discepolato dove vanno a finire? Se Dio ci salva senza contropartita, che bisogno c’è di fare il bene? Non c’è nessun bisogno, nessun obbligo, ma c’è la chiamata di Dio rivolta a noi come persone libere e responsabili. A noi di decidere se e come rispondere al suo amore. La Bibbia ci invita a farlo e ce ne indica i modi possibili.

  • Solus Christus

È una parola latina che non c’è bisogno di tradurre, tanto è chiara. Ma che cosa vuol dire realmente? Da un lato è una specie di riassunto delle tre formule classiche: Sola Scrittura, Sola Grazia, Sola Fede. Ma vuol anche dire un’altra cosa, estremamente importante, cioè che la nostra “controparte”, ossia la persona con cui parliamo, non è una qualche autorità ecclesiastica o spirituale terrena, ma è Gesù Cristo.. Egli è il nostro interlocutore, . Egli soltanto è colui al quale ci rivolgiamo e a cui parliamo. Ciò significa, prima di tutto, che tra noi e il Signore non c’è alcun intermediario.. Noi siamo davanti a lui faccia a faccia. Nessuna persona umana può pretendere di fare l’interprete o il mediatore tra noi e Gesù; nessun gesto sacro può frapporsi tra noi e lui.. Certo, qualcuno può aiutarci a incontrarlo con la testimonianza e con il consiglio, ma poi scompare e ci lascia a tu per tu con lui. Si noti inoltre che non abbiamo detto “io” sono davanti a Gesù, ma “noi” siamo davanti a lui. Pensiamo ai numerosi versetti dell’apostolo Paolo in cui ci parla del “corpo di Cristo”. Noi, credenti, siamo membri di chiesa, siamo il “corpo di Cristo”. Gesù dice: – Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro. –
Per molte persone, la religione è l’essenziale di un rapporto esclusivamente individuale “tra me e Dio”. Esiste senza dubbio anche la dimensione personale. Molti salmi e molti passi biblici ci mostrano il singolo in preghiera, ma questi lo è sempre in quanto membro della comunanza di fratelli e sorelle credenti, membro del corpo di Cristo membro del popolo di Dio. La preghiera che Gesù ci da insegnato dice: – Padre Nostro… – Anche quando la dico da solo, quel “nostro” mi colloca subito nella comunità e nella solidarietà dei credenti. Coloro che credono non sono membri di un club religioso o appartenenti a un’associazione volontaria, ma sono come me, in tutta la forza del termine, membra del corpo di Cristo.

  • Soli Deo Gloria

È bene che chi crede legga la Scrittura, creda nel perdono di Dio, si rivolga a lui nella lode e nella preghiera. Ma deve anche sapere come comportarsi nei riguardi degli esseri umani e del creato di Dio in generale. Deve cioè avere un’etica. Non per meritare in qualche modo il perdono e la salvezza, ma per rispondere al dono di Dio con riconoscenza. Il detto latino riportato più sopra significa «alla sola gloria di Dio». In altri termini l’attività del credente non ha lo scopo di glorificare se stesso, né il partito né la patria e neppure la chiesa, ma deve essere orientata a glorificare Iddio. Lo dice anche un versetto dell’Evangelo: «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli». Se si guarda in una chiave biblica quante volte le parole «gloria» e «glorificare» compaiono nella Scrittura, se ne trovano parecchie colonne, il che vuol dire che per gli autori biblici si tratta di qualche cosa di importante. Nel nostro linguaggio moderno quelle due parole sono diventate piuttosto scialbe, quindi ci si domanda che cosa davvero voglia dire «glorificare Iddio». Riprendo la spiegazione che ne dà il Dizionario biblico: glorificare Iddio significa riconoscere e proclamare la signoria e la potenza di Dio sull’Universo intero. A questo deve tendere la nostra vita morale, la nostra etica, le cose che facciamo… Anche sul terreno economico e politico. È il nostro atto di riconoscenza verso colui che ci ha amati e salvati per grazia.

(past. Aldo Comba)

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