“Io non sono il Cristo”

Predicazione pronunciata da Andrea Panerini il 23 dicembre 2012 nella Chiesa metodista di Terni

Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei mandarono da Gerusalemme dei sacerdoti e dei Leviti per domandargli: «Tu chi sei?» Egli confessò e non negò; confessò dicendo: «Io non sono il Cristo». Essi gli domandarono: «Chi sei dunque? Sei Elia?» Egli rispose: «Non lo sono». «Sei tu il profeta?» Egli rispose: «No». Essi dunque gli dissero: «Chi sei? affinché diamo una risposta a quelli che ci hanno mandati. Che dici di te stesso?» Egli disse: «Io sono la voce di uno che grida nel deserto: “Raddrizzate la via del Signore”, come ha detto il profeta Isaia». Quelli che erano stati mandati da lui erano del gruppo dei farisei; e gli domandarono: «Perché dunque battezzi, se tu non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?» Giovanni rispose loro, dicendo: «Io battezzo in acqua; tra di voi è presente uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, al quale io non sono degno di sciogliere il legaccio dei calzari!» Queste cose avvennero in Betania di là dal Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Giovanni 1,19-28

Cari fratelli e care sorelle,
siamo alla quarta domenica d’Avvento e credo che molti di voi si aspetterebbero di sentir parlare di Gesù, di Maria, dell’attesa del Natale. Non certo di Giovanni il Battista adulto che si scontra con le autorità ebraiche del suo tempo e si deve difendere!
Perché allora il lezionario ci propone oggi questo brano del Vangelo di Giovanni? Un testo che sembra fuori dal contesto storico e cronologico del Natale che ci apprestiamo a celebrare tra pochi giorni. Forse questa domanda scaturisce dal poco pensare a che cosa è realmente il tempo d’Avvento. L’Avvento è sempre stato, nella storia della Chiesa, un tempo forte di preghiera, meditazione, penitenza, al pari della Quaresima. Un tempo in cui si aspetta il Salvatore che è venuto e deve tornare per la salvezza di tutti noi, un tempo escatologico, in cui si parla delle cose ultime, di quando Cristo tornerà. La vicinanza della fine dell’anno civile con l’Avvento e le festività natalizie ben testimonia questo: ogni Natale noi non vogliamo rievocare solo l’evento storico della venuta di Cristo, come in questo testo non vogliamo solo vedere la testimonianza di Giovanni in quel tempo, ma vogliamo parlare di Cristo che tornerà, di un tempo che finisce perché un altro tempo sta per cominciare.
Questa è la testimonianza di Giovanni. Testimonianza. In greco μαρτυρία: essere testimoni vuol dire essere martiri e in questa etimologia si ritrova la forza dell’espressione. Non una professione di fede fatta stancamente, come una routine, ma un impegno vivo e operante di messa in gioco delle nostre vite, di pagare anche un prezzo per le nostre convinzioni, di servire Dio testimoniando il suo Figlio. Non sempre è necessario immolarsi fino alle estreme conseguenze anche se questo è successo a molti cristiani in Europa quasi settant’anni fa, anche se questo succede ogni giorno in molte parti del mondo in cui i cristiani sono uccisi, perseguitati, imprigionati. Testimoniare significa anche assumersi delle responsabilità, testimoniare significa fare e non solo dire, ascoltare e non solo parlare, abbracciare e non solo giudicare.
Tu chi sei? Giovanni testimonia. Di chi testimonia? Di se stesso? La domanda degli inviati dei farisei è pressante e ci dice molto del contesto in cui viene formulata. L’autore del Vangelo non parla molto del contesto in cui avviene questo scambio di battute tra gli inviati e il Battista ma tutto ci lascia pensare ad un processo, ad un interrogatorio. E’ una domanda sprezzante e preoccupata al tempo stesso: da dove esci tu? Perché ci devi rompere le uova nel paniere? E’ una domanda fatta da chi non vuole realmente capire ma vuole indagare, da chi vuole inquisire l’altro che esce da quelli che sono considerati i retti canoni e che inquieta coloro che si ritengono depositari di una tradizione. Tu chi sei? E’ una domanda  fondamentale per ogni essere umano, tutti noi ci sentiamo chiedere chi siamo, da dove veniamo, dove vogliamo andare. Testimoniare solo se stessi non porta da nessuna parte, non risponde alla domanda Tu chi sei? e non permettere di rispondere allo stesso quesito quando ci viene posto dagli altri. Quante volte nella nostra comunità ci illudiamo di testimoniare Dio e invece non facciamo altro che testimoniare noi stessi, la nostra vanità, le nostre conoscenze, la nostra cultura ed erudizione, la nostra pietà religiosa? E per riconoscerlo dobbiamo avere fiducia che Lui stesso ci parla attraverso la sua Parola, attraverso la testimonianza della croce che è l’unica nostra salvezza e l’unico motivo per cui noi oggi attendiamo il suo ritorno.
Io non sono il Cristo risponde Giovanni. Una negazione. Il Battista si qualifica dicendo chi non è. Infatti Giovanni non è il Cristo ma, come lui stesso si definisce, voce che grida nel deserto. Anche la Chiesa non è Cristo e troppo spesso se lo dimentica, pretendendo che le proprie parole umane siano allo stesso livello di quelle divine. Anche la Chiesa è una voce che grida nel deserto. Nel deserto delle contraddizioni, degli errori, delle discussioni, delle cose non essenziali in cui si illude di essere un corpo separato nel mondo mentre in realtà ne ripropone le stesse dinamiche.
Ma la Chiesa ha la stessa forza e determinazione di testimoniare Cristo come ebbe il Battista? La Chiesa non è Cristo perché non è essa che redime l’uomo dal suo peccato ma la croce di Gesù.
Allora cosa dovrebbe fare la Chiesa? Si fa presto a parlare così, mi potreste obiettare, ma cosa significa realmente la testimonianza della Chiesa non sempre l’abbiamo ben capito. Si fa presto a dire di testimoniare un Altro rispetto a noi stessi, ma sappiamo quanto è difficile nella società dell’apparire rinunciare a dire Io sono e comunicare: Io non sono. Questo verbo essere che spesso è, nell’uso reale che noi ne facciamo ogni giorno, associato all’avere e da qui la paura che il non-avere sia anche un non-essere. Una privazione di possesso non solo d’identità ma anche materiale, il non ribadire il proprio essere, la propria identità in maniera ossessiva è vista come una debolezza, come una privazione di senso della propria vita che conduce anche ad altre tipologie di privazioni. E noi non ne usciamo e non ne esce nemmeno la Chiesa che dovrebbe testimoniare la venuta del Cristo. Il culto, lo studio della Parola, le preghiere a volte assomigliano, oggi come ieri, ad esercizi accademici, si mandano avanti stancamente perché nessuno ha il coraggio di dismettere rituali ed avvenimenti che ormai non significano più nulla in se.
Dio è straordinariamente umano ma, al tempo stesso, è totalmente Altro da noi. E noi, invece di ripiegare le nostre vite su noi stessi, dovremmo testimoniare l’Altro divino o, in alcuni casi, l’altro umano quando questo abbia bisogno del nostro aiuto, della nostra consolazione e del nostro perdono. Testimoniare l’altro, ovvero l’umanità dell’altro, è un testimoniare Dio che è al tempo stesso il prototipo ideale dell’essere umano e totalmente Altro da noi. «L’uomo si trova in questo mondo in prigione» scrive Karl Barth. E’ spesso la prigione dorata di colui che pensa che tutto ruoti sulla sua vita, sui suoi problemi e preoccupazioni e non vede l’Altro che lo attende e gli tende la mano con amore.
Come essere martiri di Cristo oggi? Nella società dell’avere a tutti i costi, e quindi dell’essere qualcosa o qualcuno a tutti i costi, nella società del possedere, bisognerebbe gridare che noi non siamo e non possediamo ma portiamo la parola di Colui che è e che possiede tutto. Giovanni il Battista ci dice di uscire da questo circolo vizioso: noi, come i farisei, non conosciamo Cristo, non l’abbiamo mai visto e non lo vogliamo vedere perché inconsciamente vorremmo metterci al suo pari. Nella prima epistola di Giovanni si legge: Se uno dice: «Io amo Dio», ma odia suo fratello, è bugiardo; perché chi non ama suo fratello che ha visto, non può amare Dio che non ha visto. (1Giovanni 4,20)
Questo non significa dimenticare il nostro peccato e pretendere delle comunità cristiane in cui vi sia un’etica che a noi apparirebbe perfetta. Ma al tempo stesso bisogna anche ricordarsi che il peccato non è un facile alibi per non tentare con tutta la propria vita di testimoniare Dio nella nostra vita amandoci l’un l’altro senza riserve, accettando gli inevitabili errori e difetti dell’altro e non reputandoci migliori di nessuno. E’ l’ideale che Luca ci propone in numerosi capitoli degli Atti e che, se guardiamo alle nostre comunità cristiane – spesso sempre più tossiche – comprendiamo nella sua lontananza da noi: questo non ci deve sfiduciare ma fare da sprono nell’ascolto della Parola di Dio e nello sforzo dell’amore fraterno.
Allora in questo modo, dicendo non sono ma voglio testimoniare, vedremo realmente Dio e la sua gloria. Avremo fiducia che Cristo è stato e tornerà e non ci abbandona mai, nel momento del dolore acuto come della grande gioia, nel peccato e nella disperazione Egli è sempre con noi, a patto che noi desideriamo conoscerlo.
Signore, noi siamo accecati dal nostro essere e non sappiamo incontrarTi nella conoscenza della Tua infinità bontà. Guidaci nei tuoi sentieri. Come Giovanni non siamo degni di legarti i calzari ma permettici di testimoniarti di fronte al mondo. Signore, vieni presto. Amen.

Andrea Panerini

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